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Viaggio lungo la Via Francigena

16 – 24 GIUGNO 2017

QUOTA INDIVIDUALE DI PARTECIPAZIONE: Euro 950,00

PROGRAMMA:

16 giugno venerdì: LECCO – SEGRATE – AOSTA – PASSO S.BERNARDO
Pensione completa. In mattinata partenza con il nostro autobus da Lecco e sosta a Segrate. Viaggio in autostrada verso Aosta e pranzo al ristorante Vecchia Aosta con menù tipico.
Nel pomeriggio visita guidata a piedi del centro storico di Aosta che conserva importanti ricordi del suo importante passato come città romana. Al termine della visita, trasferimento in autobus al Colle del Gran San Bernardo, punto d’ingresso della Via Francigena in Italia.
Qui saremo ospiti nell’ospizio gestito dai monaci per una suggestiva esperienza di vita comune. Cena nel refettorio e pernottamento in dormitorio con sacco-lenzuolo personale.

17 giugno sabato: PASSO S.BERNARDO – ETROUBLE – AOSTA – VERCELLI
Mezza pensione. Dopo la prima colazione, partenza per la tappa a piedi che segna l’inizio del nostro lungo viaggio verso Roma lungo la Via Francigena. Il nostro itinerario segue una stupenda mulattiera di epoca romana che ci conduce in circa 3 ore di agevole cammino in discesa all’abitato di Etrouble, vero e proprio museo a cielo aperto. Dopo un breve ristoro, ritroviamo il nostro autobus con il quale percorriamo tutta la valle d’Aosta fino a Vercelli, dove visiteremo la basilica di Sant’Andrea, uno dei più significativi monumenti gotici sulla Via Francigena. Sistemazione presso l’hotel Vercelli Palace, cena e pernottamento.

18 giugno domenica: VERCELLI – MORTARA – PAVIA – PIACENZA
Mezza pensione. Dopo la prima colazione, partenza in autobus in direzione di Pavia, attraversando le risaie del vercellese. Prima sosta a Robbio per la visita della chiesa di San Pietro (XII sec.), il monumento più significativo dell’epoca medievale che ha conservato il semplice decoro romanico. Proseguimento fino a Mortara, la capitale della Lomellina, dove, ai margini della città, sorge il monastero di Sant’Albino, la cui leggendaria fondazione si fa risalire a Carlo Magno. Il nostro viaggio prevede poi una breve sosta a Pavia dove visiteremo a piedi e in libertà il centro storico attraversando il Ponte Moderno che ci introduce alla bella piazza Vittoria, salotto cittadino che risale al XIV secolo. Pranzo libero.
Nel primo pomeriggio un breve tratto in autobus ci conduce ad Orio Litta, da dove ci avvicineremo a Piacenza con un bel percorso pedonale che segue l’argine maestro del Po. Sistemazione presso l’hotel City, cena e pernottamento.

19 giugno lunedì: PIACENZA – FIDENZA – MEDESANO
Mezza pensione. Dopo la prima colazione, incontro con la guida locale e visita del centro storico di Piacenza con lo stupendo duomo romanico di Santa Maria Assunta.
Al termine della visita, trasferimento in autobus a Fidenza e tempo a disposizione per il pranzo libero. Nel pomeriggio incontro con la guida locale e visita del centro ed in particolare del Duomo dedicato a San Donnino e capolavoro del gotico lombardo. Al termine della visita, breve trasferimento in autobus a Medesano e sistemazione presso l’hotel Salus.
Cena e pernottamento.

20 giugno martedì: MEDESANO – PASSO DELLA CISA – PONTREMOLI – LUCCA Pensione completa. Oggi ci attende una grande giornata, anche se un po’ impegnativa.
Dopo la prima colazione, saliamo con il nostro autobus al Passo della Cisa dove inizia una tappa a piedi veramente bella per i panorami che si godono, per il tracciato vario, quasi tutto in un bosco di faggi e poi di castagni, per i caratteristici borghi attraversati, per gli antichi ponti che si incontrano. Arrivati a Pontremoli, pranziamo con menù tipico presso l’Osteria della Luna e successivamente ci trasferiamo via autostrada a Lucca, famosa città d’arte. Visita con guida locale del centro storico con le sute tante e belle chiese, tra le quali spicca il Duomo di San Martino con la splendida facciata in marmo.
Sistemazione presso l’Ostello San Frediano, cena e pernottamento.

21 giugno mercoledì: LUCCA – SAN GIMIGNANO – MONTERIGGIONI – SIENA
Mezza pensione. Dopo la prima colazione, partenza in autobus fino a Gambassi Terme da dove inizia la tappa a piedi forse più bella dal punto di vista paesaggistico che ci porta a San Gimignano e lungo il percorso campestre su strade bianche bordate di cipressi si apprezzano solitudini e silenzio. Arrivati a San Gimignano, tempo a disposizione per la visita individuale ed il pranzo libero. Nel pomeriggio, trasferimento in autobus a Siena, con breve sosta a Monteriggioni, cittadina famosa per la sua splendida cinta muraria.
Sistemazione presso l’ostello di Siena, cena e pernottamento.

22 giugno giovedì: SIENA – VITERBO
Pensione completa. Al mattino visita con guida locale del centro storico di Siena con il Duomo. Pranzo in ristorante tipico. Nel pomeriggio trasferimento a Viterbo con brevi soste a Buonconvento, S.Quirico d’Orcia e Montefiascone.
Arrivo a Viterbo, sistemazione presso l’hotel Villa Sofia, cena e pernottamento.

23 giugno venerdì: VITERBO – SUTRI – ROMA
Pensione completa. Dopo la prima colazione, visita con guida locale del centro di Viterbo e pranzo in ristorante tipico. Nel pomeriggio trasferimento verso Roma con sosta a Sutri per una breve visita al suo famoso anfiteatro scavato nel tufo. Di nuovo con il nostro autobus fino a Monte Mario, balcone panoramico da dove i pellegrini potevano ammirare finalmente la cupola di San Pietro ed il termine delle loro fatiche. Anche noi percorreremo gli ultimi 4 km a piedi fino alla Basilica dove porteremo il nostro saluto alla statua di San Pietro.
Sistemazione in istituto religioso zona San Pietro, cena e pernottamento.

24 giugno sabato: ROMA- FIRENZE – SEGRATE – LECCO
Prima colazione. Il nostro lungo viaggio attraverso l’Italia lungo la Via Francigena è terminato ed oggi torneremo alle nostre case con una sosta lungo l’autostrada, presso il casello di Firenze Nord, alla chiesa dedicata a San Giovanni Battista. Edificata su progetto dell’architetto Giovanni Michelucci e consacrata nel 1964, è considerata fra le opere architettoniche italiane più importanti degli anni sessanta.
Arrivo a Segrate e Lecco in serata.

La quota comprende:

  • viaggio in autobus G.T.
  • sistemazione in hotel ed ostelli come da programma con trattamento di mezza pensione in camere doppie a Vercelli, Piacenza, Lucca, Siena, Viterbo e Roma; in camere a più letti al Passo S.Bernardo e Medesano
  • pranzi indicati in ristoranti tipici con menù regionali
  • visite guidate di Aosta, Piacenza, Fidenza, Lucca, Siena e Viterbo
  • pedaggi per ingressi autobus a Lucca, Siena, S.Gimignano e Roma
  • accompagnatore dell’agenzia per l’intero periodo.

La quota non comprende:

  • pasti non indicati nel programma – bevande – tutto quanto non riportato sotto la voce “la quota comprende”

Rif. Il Viaggiatore-Filippo

LA VIA FRANCIGENA: PER SAPERNE DI PIU’

 Un po’ di storia

Prima di tutto occorre spiegare il nome: il tracciato che dal nord-ovest dell’Europa raggiunge Roma si chiama Via Francigena perché il pellegrinaggio cominciò ad essere una pratica importante e diffusa in età carolingia, cioè dopo l’unificazione di una parte consistente del nord della penisola italiana sotto il Sacro romano impero di Carlo Magno, re dei Franchi, che erano una popolazione germanica (l’idea di uno Stato nazionale e per giunta francese, venne alcuni secoli dopo).

Il percorso attestato utilizzava in quel periodo principalmente i valichi storici del Gran San Bernardo, del Piccolo San Bernardo, del Monginevro e del Moncenisio, tutti sulle Alpi Occidentali, e raccoglieva i pellegrini che provenivano dalle diverse regioni dell’Impero: Borgogna, Austrasia, Neustria e Sassonia, ma anche dalle isole britanniche, dove il cristianesimo era affermato da vari secoli e dove i danni delle invasioni barbariche furono minori. Veri conservatori della fede nei secoli più oscuri, i monaci irlandesi e scozzesi si erano addirittura fatti pellegrini ed evangelizzatori nel nostro Paese già nei primi secoli del Medioevo. Come San Colombano, fondatore dell’abbazia benedettina di Bobbio tra il VI e il VII secolo, località che non a caso si trova su una delle tante direttrici di valico dell’Appennino, in posizione strategica tra Pavia, capitale del Regno d’Italia in epoca longobarda, i porti della Liguria ( a cui approdavano i pellegrini provenienti dalla Linguadoca e dall’Acquitania) e la via per Roma.

Né è un caso che il più noto testimone del pellegrinaggio francigeno, tre secoli dopo, sia stato un arcivescovo britannico, Sigerico, che nel 990 si recò con il suo seguito a Roma per ricevere l’investitura papale (il pallium). Sulla via del ritorno Sigerico fece uno scarno ma preciso resoconto del suo viaggio, un elenco delle soste numerate che lui chiama submansiones, rendendo possibile la ricostruzione del percorso probabilmente più battuto intorno all’anno Mille. La sua testimonianza ci è arrivata attraverso un manoscritto coevo al periodo del suo episcopato (989-994), oggi conservato alla British Library di Londra.

In epoca altomedievale l’Europa orientale e la Scandinavia erano invece ancora in parte pagane e terre di evangelizzazione: ecco perché i pellegrini cristiani da quelle aree del mondo arrivarono a Roma qualche secolo più tardi. Ne conosciamo abbastanza bene almeno uno, Nikulas Saemundarson di Munkathvera, abate del monastero di Thingor in Islanda, che fu pellegrino in Terra Santa tra il 1151 e il 1154. Ha lasciato una descrizione del suo itinerario (il manoscritto in islandese è conservato nella biblioteca dell’università di Copenhagen) e come Sigerico attraversò le Alpi passando per il Gran San Bernardo e sostando spesso nelle stesse località. Di tanto in tanto aggiungeva al suo resoconto anche qualche informazione di natura più mondana, per esempio che le donne di Siena erano tra le più belle…

Ancora sui nomi: tutti o quasi gli itinerari documentati ricordano il passaggio degli Appennini attraverso il Monte Bardone, oggi noto come Passo della Cisa. Monte Bardone deriva da Mons Langobardorum, cioè il valico dei Longobardi, l’unico possibile intorno al VII e VIII secolo, quando le coste adriatiche e della Liguria erano presidiate dalla marina e dagli eserciti dell’Impero bizantino. Ecco perché fu scelto un itinerario montano, quando esisteva ed era forse ancora in buone condizioni la Via Emilia, che raggiungeva la costa adriatica. Per motivi tutti politici, il facile valico della Cisa era l’unico collegamento possibile tra i vari ducati longobardi nella penisola italiana e in particolare tra i ducati della Pianura Padana e la Tuscia. Questo percorso, nuovo rispetto alla viabilità romana, determinò la decadenza di città importanti e fece la fortuna di nuovi insediamenti, tra cui l’esempio più illustre è Siena

Mille anni dopo

L’epoca d’oro dei pellegrinaggi durò vari secoli, durante i quali le città erano ben attrezzate di ospitali e altre strutture rivolte sia ai pellegrini (che erano accolti gratuitamente), sia a chi viaggiava sulle stesse strade ma con altre finalità. Mercanti ed artigiani ambulanti pagavano per vitto e alloggio ed erano una voce non indifferente nell’economia di molte città nate sulla e per la strada. Tutto questo ebbe fine con la Riforma: il confine tra due mondi, quello protestante e quello cattolico, correva proprio sulle Alpi, che prima erano state una barriera fisica, ma aperta al transito di idee, cultura e arte, oltre che di persone. Nel XVI e XVII secolo, i viaggiatori che provenivano da un Paese calvinista o luterano, facilmente individuabili per il loro abbigliamento, attiravano l’attenzione della Santa Inquisizione, così come un cattolico papista aveva difficoltà a muoversi serenamente in terra di eresia.

Chi percorre oggi la Via Francigena, sulle orme dei pellegrini medievali, talvolta fatica a trovare tracce di quell’epopea, quando si trova sulle strade consortili tra le risaie della Lomellina, vicino ai capannoni industriali tra Lucca e Altopascio, o mentre cerca di evitare il traffico pesante a Piacenza o all’ingresso in Roma. Mille anni di storia hanno modificato ambiente e paesaggio e gli ultimi cinquant’anni hanno forse dato il colpo di grazia alle periferie delle nostre città d’arte. Bisogna quindi fare uno sforzo d’immaginazione e individuare quelle memorie (chiese, viabilità storica, centri urbani di impianto medievale) in grado di raccontarci una storia dimenticata per molti secoli

E le testimonianze non mancano. Il XII e il XIII secolo furono quelli più fertili: in epoca comunale e con il rifiorire del commercio, le città italiane si arricchirono di grandiose opere pubbliche.

Gli edifici sacri di epoca longobarda e carolingia – quelli che vide Sigerico, anche se non vi fa cenno nel suo Itinerarium – furono abbattuti, perché ormai troppo angusti, ma anche in seguito ai danni di un devastante terremoto che colpì la Pianura Padana da Pavia al Friuli nel 1117 e sostituiti da nuove architetture, più grandi e più riccamente decorate.

Molta arte romanica, soprattutto nel Lazio e a Roma, è andata perduta perché appariva rozza e primitiva alle menti raffinate del Rinascimento e alle potenti famiglie della nobiltà romana, che esibirono con dovizia di mezzi economici i fasti del Barocco. Ma la semplicità e l’austerità del romanico si trovano – quasi per dimenticanza – nelle chiese campestri o nelle cripte, come quella della chiesa barocca del Santo Sepolcro ad Acquapendente.

La strada ebbe quindi la sua importanza nella diffusione degli stili e della cultura in generale: ecco allora influenze borgognone in val Padana o lombarde a sud dell’Appennino nelle architetture delle chiese e dei monasteri; ecco manoscritti conservati negli scriptoria delle diocesi e dei monasteri lombardi, donati da pellegrini di passaggio: è il caso del celebre Vercelli Book, raro testo in lingua sassone, da secoli nella biblioteca capitolare del duomo di Vercelli. E poi le testimonianze immateriali della devozione: il culto di santi d’Oltralpe, patroni di città e paesi lungo la strada, come san Remigio di Reims (Saint-Rhémy), san Bovo, cavaliere francese morto pellegrino a Voghera, dove pare abbia trovato la morte anche uno dei più noti santi pellegrini, san Rocco di Montpellier.

E’ poi emozionante percorrere i rari resti della viabilità antica risparmiati da quella moderna, che di norma vi si è sovrapposta con una stratificazione che ha pochi eguali al mondo: cos’altro è la statale della Cisa tra Pontremoli e Aulla, se non il più antico e comodo tracciato transappenninico, percorso dai liguri, poi dai romani, infine da tutti i pellegrini e viaggiatori (tra cui Dante Alighieri) che nei secoli hanno scelto il corridoio della Val di Magra per passare il monte? Se la statale della Cisa, come molti tratti della Via Cassia, è banale e anche pericolosa per il traffico, in alcuni luoghi le strade moderne hanno scelto altri tracciati ed oggi possiamo arrivare a Viterbo camminando sul basolato della Via Cassia romana, antica di duemila anni e consumata dal passaggio di migliaia di anime. Oppure ritrovare tratti integri della via consolare delle Gallie, del I sec. a.C., prima di Donnas, in Valle d’Aosta. E se proprio non c’è altro segno del passato, possiamo fantasticare su toponimi eloquenti come Strada, Camminata, Baccano (dove c’era qualche rumorosa osteria), Spedale e Ospedaletto, che lasciano pochi dubbi sulla loro più antica vocazione.

 

L’emozione del viaggio è anche questo, camminare sulle orme di chi è venuto prima di noi, affrontando senz’altro pericoli e disagi minori dei loro, ma con la loro stessa umana fatica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Strade, pellegrini, ospizi

 

“Peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo e in uno stretto; in largo in quanto è peregrino chiunque è fuori dalla sua patria; in modo stretto non s’intende peregrino se non che va verso la casa di sa’Jacopo o riede”. Così Dante Alighieri, destinato anch’egli all’esilio fuori dalla sua patria, identifica nella Vita Nova la figura del pellegrino, questo strano personaggio che emerge con il suo lento passo dalle oscure ombre del Medioevo.

Come metafora del cammino dell’esistenza verso la salvezza, il pellegrino si indirizza verso i luoghi santi della cristianità: Roma, Santiago, Gerusalemme. Cos’ come nella vita, irta di ostacoli, egli affronta le traversie del cammino – dalle belve ai banditi, dal maltempo alle malattie – per giungere al soglio della speranza, persuaso di aver accumulato indulgenze per la vita eterna.

Il pellegrino, povero o ricco non importa, era un personaggio “speciale” che impersonava nel tempo e nello spazio un’esperienza di espiazione e di penitenza. Ne derivava una distinzione rispetto ai comuni viandanti. Prima di tutto l’abito, costituito da una tunica che scendeva fino al ginocchio per gli uomini, fino alle caviglie per le donne, oltre ad un mantello di stoffa, chiamato “pellegrina”, che proteggeva le spalle e faceva da coperta durante il sonno. In testa portava un cappello a larga tesa – il “petaso” – legato sotto il mento con una corda, mentre nella mano stringeva il “bordone”, un lungo bastone per agevolare la marcia. Non mancava la bisaccia per le provviste. Appuntati sull’abito erano i segni distintivi dello “status” di pellegrino: le chiavi decussate o il Sudario della Veronica se la meta era Roma, la conchiglia se Santiago, le palme se Gerusalemme.

Di fronte ad un fenomeno di così vaste proporzioni, che muoveva fedeli di ogni lingua e provenienza, si generavano tentazioni di ogni tipo. Truffatori e malandrini si nascondevano dietro ogni porta pronti a raggirare il malcapitato di turno, ai veri pellegrini si mescolavano i “falsi bordoni”, cioè personaggi che avevano intrapreso il viaggio per interesse, per sfuggire ai nemici, per approfittare delle situazioni o anche, per semplice vanità, dato che al ritorno ogni pellegrino era guardato con ammirazione dai compaesani. Assieme ai pellegrini che erano mossi dal desiderio di espiazione, vi erano coloro che erano stati costretti al pellegrinaggio come penitenza e tale atto assumeva contorni quasi ossessivi. Folco Nerra, conte d’Angiò – secondo quanto riporta J. Sumption nel suo Pilgrimage – fece tre o quattro viaggi a Gerusalemme ed ogni volta nel modo più spettacolare possibile. L’ultima volta, nel 1038, “si fece trascinare con un capestro fino alla chiesa del Santo Sepolcro, mentre due servi lo seguivano sferzandolo con delle verghe”.

Non erano rari i casi di pellegrini costretti a muoversi con pesanti catene o stretti attorno ai ceppi. Nel 1164 si vide un assassino con indosso una cintura di ferro fatta della spada con cui aveva ucciso la sua vittima. Su ogni strada decine, se non centinaia, erano le strutture di servizio: hospitali, xenodochi, magioni, canoniche, semplici case tenute da monaci o dai vari ordini ospedalieri, come i Templari e i Gerosolimitani. Si voleva evitare che il pellegrino cadesse fra le mani di locandieri senza scrupoli, dediti al malaffare. Correva voce di pellegrini derubati e uccisi nel sonno, oppure avvelenati. Si può immaginare l’ambiente che si originava in queste sordide taverne poiché mercanti e pellegrini, specie se forestieri, attiravano torbide figure di malintenzionati per ogni genere di furfanteria. Eppure gravissime pene venivano comminate a chi avesse turbato la “sechurtà de’ chamini”, ovvero la sicurezza della via. Se poi a questi rischi si aggiungono le malattie, i contagi, le avversità naturali e altre mille tentazioni si può ben comprendere il fatto che prima della partenza ad ogni pellegrino si raccomandasse di redigere il proprio testamento…

Il nostro viaggio verso Roma

 

In Valle d’Aosta

 

Il pellegrino del Nord Europa in procinto di scendere a Roma attraverso le Alpi, si domandava se la natura gli fosse ostile o se fosse Dio a chiedergli una penosa prova di fede. Il passaggio era infatti arduo e rupi, anfratti e valloni erano percepiti come insuperabili. A volte li si umanizzava per cogliere umori e favorirne la benevolenza: al colle del Gran San Bernardo i monaci davano ospitalità gratuita soccorrendo i pellegrini stremati dal freddo e dalla salita. Assieme al Moncenisio, questa era una delle maggiori vie di pellegrinaggio alla volta della città santa, seguita durante i periodici giubilei di ogni quarto di secolo capaci di radunare migliaia di fedeli, i più fortunati a cavallo, i miseri a piedi. La direzione del viaggio fu annotata per la prima volta nel 996 da Sigerico, arcivescovo di Canterbury e poi ribadita da decine di diari di viaggio, più o meno dettagliati, più o meno affidabili. Si sa, ad esempio, che superato questo ostacolo, la marcia verso la Pianura Padana sarebbe stata facile, favorita dal clima e dal solco della valle della Dora Baltea, agevolata dall’accoglienza nelle case ospitaliere e dal seguire una strada romana rimasta immutata nella sua struttura fin dal momento della sua costruzione nel I sec. a.C. La Strada delle Gallie avrebbe condotto e protetto i pellegrini fino a Vercelli e a Pavia per poi incrociare altri cammini, forse più incerti, attraverso l’Appennino.

La discesa della montagna era lunga e pericolosa: addirittura si adottavano due tracciati, uno estivo più diretto e uno invernale lontano dai pendii più esposti alle valanghe. Dopo la discesa, Aosta era il primo crocevia importante, adagiato nel fondo della valle, o della “plaine”, della piana, come usano dire ancora oggi i valligiani. La sua origine militare, come avamposto romano con il nome di Augusta Praetoria, tuttora riconoscibile nell’impianto viario, nelle mura, negli archi e nelle porte, fu mitigato nel Medioevo da solenni complessi religiosi come Sant’Orso. Gli splendidi affreschi nel sottotetto della cattedrale o i capitelli dell’attiguo chiostro erano il nutrimento giornaliero del pellegrino con storie mistiche e prodigi di santi, il cui ricordo avrebbe sorretto il cammino fino alla tappa successiva, dove alimentarsi di altre sacre figurazioni. Il cammino verso Roma era costellato di devozione ma anche di timori ed i castelli, da cui occhieggiavano avidi signori, pronti a spartirsi gabelle e pedaggi, gettavano un’ombra oscura. Dopo le scorrerie saracene, tra la fine del X e quella del XII sec., fiorirono chiese, torri e castelli: campanili e cappelle cadenzavano il viaggio, imponevano una sosta e una preghiera come nella cappella di Sant’Emerico nel recinto del castello di Quart.

 

La valle, dopo St. Vincent, piega a sud e, come tutti i grandi corridoi glaciali, presenta delle discontinuità, dei salti di quota dove il fiume s’incassa in profonde gole. Tutto ciò ravviva il paesaggio mutando le visuali, gli assetti agricoli, la distribuzione degli abitati, specie di quelli fatti di poche case che costellano e presidiano fino ad una certa altezza ogni lembo di terra coltiva.

I gradini naturali sono i luoghi dove la storia ha lasciato maggior traccia di sé: qui si rinvengono i resti dell’antica strada con i ponti, il basolato, i muri di sostegno mentre sulle rupi s’annidano i fortilizi più antichi, ridotti a ruderi, come a Montjovet, o poderosamente ricostruiti come a Bard.

Univano il favore concesso loro dalla natura del luogo alla temerarietà dell’ubicazione, necessaria per renderli inviolabili. La “stretta” di Bard segnava il confine, dal V al XII sec., fra il Regno di Borgogna, al quale apparteneva Aosta, ed il Regno italico. I ponti erano passaggi obbligati ed accanto ad essi sorgevano strutture di ospitalità: l’abitato di Pont St. Martin ha preso il nome da uno di questi manufatti, gettato sul torrente Lys nel I sec. a.C., talmente solido da venir tuttora utilizzato.

 

Le ombre dei versanti iniziano ad attenuarsi e, volgendo lo sguardo a sud, una rassicurante luminosità annuncia l’uscita dalla valle. Sono ancora i vigneti a farla da padrone nell’ingresso in Piemonte. Le vigne di Carema sono mirabili architetture contadine: bisogna caderci dentro, camminarci appunto, lungo strade selciate, sotto le protettive travi delle “tòpie”, accanto alle colonnine in pietra che reggono i graticci delle vigne. Ogni particolare è studiato ad arte e collocato in giusta misura unendo funzionale e decorativo.

 

Il più leggero cammino verso Ivrea ci accoglie con ampi orizzonti: il Canavese è terra di leggende, misteri, personaggi dai nomi evocativi come Arduino e Berengario, nomi che si perdono negli echi delle sale di muniti castelli. E diventa un altro paesaggio: dolce e sparso di colline dove la Dora spezza la sua costrizione valliva e dilaga sulle orme ad anello del suo ghiacciaio.

Al pellegrino la via ora sorride: la pianura è vicina e la montagna lontana.

 

In Piemonte e in Lombardia

 

Dopo l’infido cammino delle Alpi, il pellegrino del Nord Europa, diretto alla città santa, si presentava al cospetto della Pianura Padana. Aveva superato le soglie moreniche del Canavese, raggiunto Santhià ed era pronto ad incanalarsi in direzione di Vercelli e di Pavia. Di fronte a sé non aveva un percorso facile come si potrebbe immaginare oggi e di nuovo si prospettavano incognite e timori. Nel Medioevo larghe parti della valle del Po erano boschive o paludose, le coltivazioni si raggruppavano a macchie sui segni delle centuriazioni romane, i cascinali erano rari poiché, per ragioni di sicurezza, le popolazioni si proteggevano in villaggi fortificati. Ovunque erano torri, castelli, presidi armati; solo le pievi ed i monasteri con i loro “ospitali” mettevano per una notte il pellegrino al sicuro dai malfattori e dalle prepotenze dei potenti.

Se nelle Alpi era stata la neve ad ostacolare il cammino, nella pianura poteva essere il fango a rallentare il passo ed in tal caso un uomo a piedi in un giorno copriva a fatica una dozzina di chilometri, venti, o anche venticinque se invece la strada era buona e sicura. Le strade romane si erano con il tempo ridotte a misere tracce e, non esistendo indicazioni di dove andare, i campanili mostravano la via. Le maestose opere alpine della Strada delle Gallie, fondate sulla roccia, non potevano ripetersi in pianura, dove erano solo i vaghi e mutevoli nomi delle città a rannodare i fili di un itinerari antico: “Eporedia” per Ivrea, “Vercel” per Vercelli, “Pamphica” per Pavia, “Placentia” per Piacenza, secondo quanto lasciò scritto Sigerico sul suo diario.

Ma proprio nella pianura il flusso dei pellegrini s’ingrossava poiché vi si riunivano tutte le direttrici alpine: dal Gottardo per Como e Milano, dal Gran S.Bernardo per Aosta e Ivrea, dal Moncenisio e dal Monginevro per Torino. Così che a Vercelli, fin dal XII sec., si sa di ben undici “spedali”, assegnati alle principali congregazioni assistenziali, di cui uno dedicato a Santa Brigida, detto Hospitale Scotorum, per i pellegrini delle isole britanniche.

La Lomellina, che segue dopo Vercelli, non conosceva il paesaggio odierno delle risaie, introdotte da Lodovico il Moro solo sul finire del XV sec. e quelle lande erano desolate e le colture scarse.

L’alimentazione del pellegrino si basava su verdure, legumi e qualche cereale povero: abolita la carne, specie dai religiosi, si approfittava di qualche ciotola di zuppa e di un pezzo di “pane a bacchetta”, antesignano dei nostri grissini, pratico da portare in viaggio. Un ruvido mantello proteggeva dal freddo e dal vento, il cappello a larghe tese dalla pioggia, un bastone dalla punta ferrata – il bordone – aiutava nel passo. Palestro, Robbio, Mortara, Tromello sono le tappe lomelline del viaggio, allineate sulla via come i grani di un rosario. A Robbio si vedono ancora due belle chiese romaniche: l’ex abbazia di San Valeriano e la minuscola chiesa di San Pietro. A Mortara, oggi come allora, il pellegrino trova ospitalità nella Badia di Sant’Albino. Pavia, già capitale del regno longobardo, era città prospera e orgogliosa: qui il fedele ritrovava sotto le navate delle chiese di San Michele e di San Pietro in Ciel d’Oro, l’indispensabile legame con lo spirito che muoveva lo scopo del peregrinare. In San Michele si inginocchiava di fronte ai sarcofagi dei primi cristiani e ad un soave bassorilievo dell’Annunciazione di derivazione orientale, in San Pietro venerava l’arca contenente le spoglie di Sant’Agostino e il sarcofago con le ceneri di Severino Boezio, per non dire degli infiniti temi che suggerivano le sculture a soggetto umano e animale di capitelli e colonne.

 

Salutata Pavia, la Francigena punta verso levante sopra il terrazzo della valle del Po ed in questo lembo di terra, più che altrove, s’infittivano le strutture d’accoglienza per una ragione ben precisa, l’attraversamento del Po. Fra i disagi della pianura infatti, a parte la solitudine, il fango, le nebbie, vi era il superamento dei fiumi: i loro andamenti, non regolati, mutavano di stagione in stagione, rendendo vani gli approdi, i guadi, tantomeno i ponti. Il pellegrino era quindi costretto a lunghi aggiramenti, oppure, se ne aveva le risorse, a pagare il prezzo di un traghetto da sponda a sponda. Il Transitum Padi, il passaggio del Po nei pressi di Piacenza, era frequentatissimo al punto da costringere a lunghe attese per accedervi. Il pellegrino vi giungeva non attraverso fertili campagne, bensì costeggiando il fiume fra meandri ed isolotti, fra pozze melmose e ristagni d’acqua, dentro fitti boschi dove costante era il timore di qualche aggressione. La certezza di una casa ospitale, talvolta annunciata da una scodella fissata nella parete, era motivo di conforto e sostegno per il giorno a venire. Non sempre anche i traghetti erano sicuri: negli Annales Stadenses – diario di viaggio francigeno redatto nel XIII sec. – si esorta a scegliere una buona barca e una giornata favorevole:

“tranquillo tempore transeas in bona navi”.

A Piacenza si ricorda l’esistenza di almeno una trentina di luoghi d’ospitalità gestiti dai Templari, dagli Ospitalieri di Altopascio, dalla Compagnia dei Crociferi. Fra le chiese romaniche, singolare è la basilica di Sant’Antonino, prima cattedrale della città, con la sua pianta a croce latina rovesciata, ovvero dove il transetto precede le tre navate. Stupefacente doveva essere agli occhi dei pellegrini il poderoso atrio, realizzato nel 1350, con il coronamento di dieci pinnacoli di geniale composizione e per il fatto di chiamarsi Porta del Paradiso, metafora per coloro il cui cammino stava preludendo la fine della vita terrena.

 

Dopo Piacenza si proseguiva, almeno fino a Fidenza, sulla Via Emilia, una strada ritenuta sicura e nuovamente affollata di strutture di supporto, come il ricco “hospidale de Casadei”, fondato nel 1112 o come, a Fiorenzuola, l’”Erik spitali”, donato alla fine del XI sec. da un re danese per ausilio ai pellegrini del Nord Europa. Innumerevoli poi gli edifici di culto sia verso il Po sia verso le colline appenniniche, segno che dalla via principale si dipartivano numerose varianti o itinerari alternativi: l’abbazia di Chiaravalle della Colomba, il monastero di Fontevivo, la Collegiata di Castell’Arquato, la chiesa di San Giovanni Battista a Vigholo Marchese.

 

Fidenza, nota come Borgo San Donnino, era lo snodo per il tratto appenninico della Francigena.

Donnino propiziava il viaggio e come Martino e Cristoforo, era patrono dei viandanti per la quantità di miracoli compiuti sulle pubbliche vie. Sicuramente merita una sosta la cattedrale dove le sculture, dovute alla bottega di Benedetto Antelami, che adornano le pareti esterne sono un “serial” dell’epopea francigena: qui sono radunati pellegrini, profeti, santi, imperatori, uomini e animali a contorno del martirio di Donnino. I personaggi sembrano quasi prendere vita e si staccano dalla parete: saranno i compagni lungo la strada che ci attende oltre l’Appennino, come annuncia, a sinistra del portale principale, una ieratica statua dalla significativa dicitura: “Simon apostolus eundi Romam sanctus demonstrat hanc viam” (l’apostolo Simone indica che questa è la via per andare a Roma)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Appennino

 

L’Appennino comincia dolcemente e non spaventa il viandante diretto a Roma. Il Paesaggio, dopo la Via Emilia e dopo Borgo S. Donnino, il precedente nome di Fidenza, muta pian piano, senza fratture. Le colline si susseguono uguali con ondulate creste che invitano al cammino ed ai panorami e le dividono basse lingue di nebbia. Nel Medioevo, la Via Francigena, dispersa nella pianura fra mille rivoli, qui torna ad essere una, cadenzata dagli oratori, dalle pievi, dagli “ospitali”.

Ma l’Appennino, a volte, sa essere trappola, specie quando indulge alle apparenze ed allora occorre guardare altri segni. Le case spesse e murate, dalle poche e piccole finestre, i tetti solidi e pendenti fanno pensare a inverni poco generosi: i nomi come Boffalora, Cà de Lupi, Malinverno, Casa Selvatica, Selva Grossa preannunciano, con la saggia geografia dei contadini, le avversità dei luoghi. Il pellegrinaggio deve essere una tribolazione per compiersi appieno ed allora non si può evitare il vento, la pioggia e le bufere di neve. Si passavano a guado torrenti tumultuosi, si temevano i boschi, i briganti ed i lupi. Si raccontava nelle osterie di pellegrini persi nella tormenta su per la via di Montebardone e ritrovati privi di vita con un beffardo sorriso sulle labbra e non era quindi strano che, prima di iniziare il viaggio, molti di essi avessero cura di lasciare testamento.

Montebardone era la via principale – oggi si chiama passo della Cisa – e faceva evitare avventure magari peggiori passando per altre contrade ostili o cupe montagne. La si prendeva, e la si prende ancora oggi, dal fondo della Val di Taro, da Noceto o da Fornovo: non esisteva ancora la strada napoleonica e si indicavano incerti sentieri.

 

Fornovo di Taro, citata come “Philemangenur” nel diario di Sigerico – il più noto pellegrino francigeno – possiede una bella pieve romanica sulla cui facciata è incastonata la statua di un pellegrino con la gerla, un paniere e cinque chiavi alla cintura, queste ultime di significato francamente oscuro. All’interno si vede invece la figura di Liutprando, re dei Longobardi: essa ha un diretto riferimento alla via poiché fu la continuità territoriale dei possedimenti longobardi da Pavia, attraverso l’Appennino e la Toscana, a garantire in origine la sicurezza del cammino verso Roma, dato che i bizantini, nel frattempo, avevano bloccato sul lato adriatico l’antica Via Flaminia.

 

Se al margine della pianura il pellegrino poteva ancora appoggiarsi su borghi di una certa consistenza, da Fornovo in su, la strada presentava tratti di grande solitudine. Non erano troppo rassicuranti i segni religiosi, come quello nella piccola chiesa di Talignano che mostra in lunetta la tremenda scena della pesatura delle anime da parte di San Michele in contesa con Satana.

Le balze del Monte Prinzera, oggi riserva naturale, non promettevano nulla di buono e sembravano un balzo negli inferi: una scarna pendice di roccia di serpentino, sollevata in epoche remote dalle profonde viscere della terra e sferzata dai venti, infestata di bisce e animali selvatici. Con quale sollievo allora si guardava alla pieve di Bardone e all’ospitale di Cassio, i due riferimenti obbligati del cammino lungo la dorsale verso la Cisa!

A Bardone pernottarono tutti, pellegrini poveri e ricchi: i primi si dimenticano, i secondi lasciano il nome come il vescovo Moderanno, Bernardo di Chiaravalle, il re di Francia Filippo Augusto e lo stesso Liutprando nel 712 e nel 744. La pieve attuale, nota nell’XI sec., è una delle più antiche del Parmense, ma Berceto, a pochi passi, è ancora più importante. Narra la leggenda che Moderanno, durante il suo viaggio da Rennes a Roma, vi fece sosta ma che, al momento di ripartire, dimenticò le reliquie di San Remigio che teneva con sé, lasciandole in un sacco appeso ad un albero. Precipitatosi a riprenderle, non riuscì a staccarle dai rami: era una segno. Dio indicava che quello era il luogo dove deporle e venerarle.

Sorse così lo splendido Duomo di Berceto, meraviglia di quello stile così rustico e così mistico che si chiamava romanico: tutto al suo interno parla di fede.

 

Da Berceto alla Cisa ci sono boschi e duecento metri di dislivello che portano a superare di poco i mille metri. La zona era selvaggia e nel XIII secolo si emanarono bandi che promettevano esoneri fiscali a chi fosse andato ad abitarla. Sul culmine, insieme a qualche famigerata locanda, vi fu un ospizio a cui si attribuì il nome, forse ironico o forse malizioso, di “luogo di culto e di benessere”.

Oggi al suo posto ci sono una piccola chiesa moderna ed il soffio del vento.

 

Chissà cosa prometteva lo sguardo verso la Toscana, verso il luccicante solco della Magra che tendeva al Tirreno… Sbalordimento a pensare alla strada fatta ed a quella da fare che da lassù sembrava quasi un giro del mondo; timore a vedere ancora altri castelli, rupi e creste ardite come la Apuane che torreggiavano all’orizzonte; consolazione a pensare alle prossime pievi, ai luoghi caritatevoli che davano ospitalità, pane e pace. Di questi solo a Pontremoli ne sorgevano molti: gli spedali dei Ss. Giacomo e Leonardo, quello degli Ospitalieri del Tau, la magione della chiesa di San Pietro e altri minori nei dintorni. Ma senza guide e carte vi era sempre il timore di perdere il cammino ed il labirinto in pietra scolpita, esposto nella chiesa di S.Pietro, sembrava proprio esorcizzare questa sventura. Il pellegrino lo seguiva con un dito, pregando Dio di mantenerlo sulla giusta via fino alla meta.

 

Nella Lunigiana l’Appennino è vinto ed ancora una volta la strada è stata la vera compagna di viaggio, il segno reale trasfuso in un simbolo spirituale, un simbolo attraente ma sempre temibile.

Ma ora Roma è più vicina.

 

 

 

 

 

 

In Versilia e in Lucchesia

Abbiamo lasciato la Francigena in Lunigiana e la ritroviamo nella Versilia.

Il paesaggio contemporaneo, specie per chi cammina a piedi, non è incoraggiante quando si tratta di seguire strade rotabili o attraversare zone urbanizzate. Da Aulla a Lucca le possibilità di uscire dalle vie obbligate non sono molte. La Via Aurelia, che qui è sempre stata la “strada maestra”, assorbiva nel Medioevo il passaggio dei pellegrini restando ben ancorata ai piedi delle Alpi Apuane, grossomodo come oggi. Alle persone che provenivano dalla Pianura Padana si aggiungevano quelli che costeggiavano la Riviera ligure o che, al contrario, sempre lungo la riviera, puntavano verso la lontanissima Santiago de Compostela.

La Versilia non era la destinazione balneare che conosciamo oggi e, come di molte altre terre, i pellegrini ignoravano denominazione e aspetto: prima se ne usciva quindi e meglio era.

La costa tirrenica era desolata, deserta, infestata dai corsari.

Nel XVIII sec. solo un basso fortino lorenese – il Forte dei Marmi – si faceva spazio nel folto dei lecci, dei pini, delle ginestre e delle sabbie. D’altra parte c’era anche un motivo per accelerare il cammino: la non lontana Lucca attendeva i pellegrini con un’importante reliquia, il Volto Santo di Cristo nella cattedrale di S.Martino. Fu il discepolo Nicodemo, citato nel vangelo di Giovanni, a scolpire la statua e vi lavorò con indefesso fervore. Diede al Dio fattosi uomo un aspetto inconsueto, non sofferente, bensì vestito e composto nonostante l’afflizione della croce ma non riuscì però a raffigurarne il volto: ogni volta che ci provava, qualcosa fermava lo scalpello. Furono gli angeli a completare l’opera così che fu definita “acheropita”, ovvero “non fatta da mano umana” come la Sacra Sindone o il telo della Veronica. La sua fama, legata alle peripezie con cui giunse dalla Palestina a Lucca, ricoperta da una coltre di bitume per celarne il valore, crebbe grazie al passaparola dei pellegrini, ipnotizzati dal volto e dagli occhi che, per uno strano effetto, si fissano sull’osservatore e lo seguono nei movimenti. D’altronde all’icona sacra si riconduce gran numero di miracoli: la mannaia appesa nella cappella, accanto alla statua, non sarebbe riuscita a colpire il capo di un condannato a morte perché, implorato il Sacro Volto, la lama si sarebbe piegata all’indietro. E di questo fatto, avvenuto nel 1334, esistono testimonianze scritte ed autografate.

Per questa ragione Lucca era ritenuta un caposaldo dalla Francigena dove l’affluenza dei pellegrini ebbe per effetto il gran numero di “ospitali” e locande, simile in questo alla funzione che possedeva Tolosa, punto d’incontro dei vari rami francesi del Cammino di S.Giacomo di Compostella.

 

 

 

 

 

Ad Altopascio, la cittadina seguente, sorgeva un ospedale, casa madre dell’ordine dei Cavalieri del Tau: era un provvidenziale ricovero per quanti stanchi, forse delusi dal viaggio o anche illuminati da un’improvvisa vocazione, decidevano di non proseguire. La fede era tale che alcuni desideravano di morire lungo il viaggio o una volta giunti alla meta, senza far ritorno alla propria casa. Nel VI sec., Frediano, nobile irlandese, durante la discesa a Roma, decise di fermarsi e ritirarsi sul Monte Pisano per vivere in totale ascetismo. In seguito, per 28 anni, assunse il titolo di vescovo di Lucca, erigendo una chiesa all’anno. Altri, al contrario, utilizzavano l’esperienza del viaggio per allargare la propria cultura, per importare oggetti, modi di fare, stili di cui nelle fredde terre del Nord si ignorava la bellezza.

Le terribili Alpi, la fangosa pianura, il ventoso Appennino, la deserta Versilia… era così? che tutte le terre dovessero apparire ostili all’uomo di fede diretto a Roma? Non bisogna dimenticare che nel Medioevo l’Italia aveva sì e no 10 milioni di abitanti (contro i quasi 60 di oggi) ed interi territori erano disabitati: gli aspetti ridenti, le forme umanizzate del nostro paesaggio, almeno fino a tutto il XIII sec., erano ancora da inventare. Le città, con le loro alte mura, ispiravano più diffidenza che fiducia; i boschi, le fitte selve, gli incolti e le paludi erano spesso le costanti di un viaggio; le Cerbaie erano una landa sperduta di arbusti e boschi. Essendo stretta fra gli acquitrini di Bientina e di Fucecchio, era una via obbligata, luogo banditesco per eccellenza. I malviventi, riuniti in bande, intrappolavano gli incauti viandanti compiendo “iniqui saccheggi”, come riportò una cronaca del 1136 ed il locale toponimo di Castelladroni la dice lunga in proposito. La campana della torre di Altopascio, significativamente detta “la smarrita”, serviva a richiamare al sicuro gli sventurati o i dispersi dei boschi: campana alla quale nella notte si aggiungeva un lume, visibile a lunga distanza. Paradossalmente oggi nelle Cerbaie, divenute riserva naturale, esiste il tratto stradale della Francigena meglio conservato in assoluto, con il suo solido selciato passato indenne attraverso i secoli.

 

Dopo le Cerbaie occorreva traversare l’Arno, l’altro grande fiume dopo il Po ad ostacolare il cammino. Si pensa però che in questo caso esistesse un ponte, presso Fucecchio, in un luogo chiamato “Arno bianco” e la stessa Fucecchio dovette parte del suo sviluppo proprio a questa favorevole posizione. Già fattoria nel X sec., ovvero “curtis”, della famiglia dei Cadolingi, divenne poi castello a guardia di uno scalo fluviale. Diversamente da oggi, l’Arno allora si navigava e “Saint Denis de Bon-repast”, come la denominò il re di Francia Filippo Augusto nel suo pellegrinaggio del 1191, era una stazione di sosta appena superato il fiume. La località oggi non esiste più, distrutta nel 1248 per colpa degli abitanti di S.Miniato che dal loro munito castello, privilegiato dal Barbarossa come sede amministrativa delle finanze imperiali, imposero a tutti il loro potere.

Ricchi e potenti si guardarono sempre dal far affluire entro le proprie mura le folle dei pellegrini oranti: meglio che restassero in basso, in riva al fiume Elsa, ad indovinare la strada per Siena.

 

 

 

 

 

La Valdelsa

Valicato l’Appennino, traversate le Cerbaie e l’Arno, al pellegrino diretto a Roma resta ora aperta la via dell’Elsa, il lungo corridoio naturale che, con relativo agio, permette di instradarsi a Siena sulla Via Cassia, fra le più note delle consolari romane. Una via ben conservata anche in pieno Medioevo a differenza della litoranea Aurelia, devastata dalle alluvioni e abbandonata assieme alle popolazioni che vivevano lungo di essa.

Non che l’entroterra fosse più sicuro poiché in Valdelsa al minor disagio ambientale si frapponevano le lotte fra Firenze, Volterra e Siena su un confine fragile, sempre al punto di cedere di fronte all’impeto dei contendenti. Se nell’alto Medioevo i volterrani governavano la sinistra Elsa, spartendosi le colline con pisani e lucchesi, la destra spettava a Firenze, mentre più a sud, le armi senesi fissavano i loro diritti fra Elsa e Staggia. Da qui la necessità di modificare i percorsi francigeni a seconda delle contingenze, dei pericoli, delle opportunità. Dai diari dei pellegrini si evincono difformità nell’elencazione dei luoghi, la qual cosa ha portato gli storici a ritenere che vi sia stato un succedersi d’importanza dei vari tracciati.

Nella Valdelsa si riconoscono un percorso collinare antico – quello tuttora seguito dai moderni pellegrini – citato alla fine del X sec., passante per S.Gimignano, e uno, o forse due tracciati di fondovalle utilizzati dopo la seconda metà del XII sec. Nel tratto da Poggibonsi a Siena poi, il fascio delle vie, se si guarda all’ubicazione degli ospizi, è talmente denso da far pensare ad un fiume dai molti bracci. Questo è anche il tratto di maggior suggestione quando, di fronte alla turrita Monteriggioni, il duro selciato avvolge le pendici di Monte Maggio e, attraverso i boschi, si presenta a porta Camollia di Siena.

 

Il nostro cammino ci porta sulla linea di colmo del versante sinistro della Valdelsa e ci conduce a S.Gimignano, superando casali, fonti di acque sulfuree, vecchi mulini, torri e castelli e, ovviamente, capisaldi della fede: insomma, l’essenza del paesaggio toscano. Qui si susseguono le pievi e le canoniche, piccoli ricoveri per pellegrini, riconoscibili dalla croce greca in facciata.

Si entra infine a S.Gimignano risalendo la via centrale che ha dato sostanza alla città: dalla porta, su per la via di Contrada S.Matteo fino al cuore delle due piazze, la religiosa con il Duomo e la civile con la cisterna e le case da nobile.

Si dice che un chierico volle rubare l’anello dalle spoglie del vescovo Gemignano e, nel toglierlo, strappò il dito. In preda al terrore, l’uomo fuggì con il macabro bottino e, percorrendo la Via Francigena, arrivò in un luogo dove, preso dal rimorso, gettò via dito e anello. Quel luogo fu detto da allora, S.Gimignano, città dalle 72 torri.

 

Nel tratto superiore l’Elsa attraversa una conca dove le colline fanno spazio ad un ampio ripiano da cui emerge lontana, la cinta turrita di Monteriggioni. Il nostro Sigerico non ebbe la fortuna di vederla perché la cittadella fu fondata dai Sensi solo nel 1203 come avamposto contro Firenze e le mura furono aggiunte nel 1213-19, poi più volte restaurate.

In Valdorcia

 

Tutte le strade portano a Roma, ma una sola è la “strada santa”, quella che i pellegrini percorrono sotto il torrido sole dell’estate o nelle grigie giornate d’inverno. Seguono un flusso inarrestabile, che nessuno comanda, guidato dalla fede e dalla certezza della meta. Un tempo, nella lunga traversata della Toscana, occorreva una forte motivazione per superare i disagi del cammino.

Dopo Siena si andava lungo la valle dell’Arbia e poi, sotto Montalcino, oltrepassata una lieve soglia di colline, si entrava nella desolata Valdorcia, un paesaggio spoglio, arido, battuto dai venti, terribilmente esposto alle intemperie. Diversamente dalla Toscana interna, dal Chianti, dalla Lucchesia, qui i tratti del paesaggio non hanno la confidenza del particolare, della varietà: la terra non ha confini e nessuna divisione indica la presenza di un podere. Solo qualche fila di cipressi e la linea sinuosa delle colline profilano l’orizzonte. Il pellegrino era piccola cosa dentro questo paesaggio, una formichina su strade che sono rotoli di creta argillosa e sfatta. Le caviglie affondavano nella melma e le suole dei miseri sandali ne restavano invischiate, liberando ad ogni passo il piede nudo, mentre il ticchettio cadenzato del bordone sulle pietre segnava il tempo e la distanza. Sotto il sole, invece, la creta diventava dura e si crepava in tante lame che ferivano le piante dei piedi: “un calvario di guglie cinerine” la definì il poeta Mario Luzi.

Le pievi e gli ospitali alla Cuna, a Buonconvento, a S.Quirico, allo Spedaletto, a Radicofani, si affollavano di viandanti dagli abiti laceri e infangati, abbandonati su pagliericci con il solo conforto della ciotola e della “barletta”, la botticella di legno riempita d’acqua, antesignana della moderna borraccia.

Il percorso francigeno di Sigerico nel suo viaggio del 996, corrisponde nelle linee generali al tracciato odierno della Via Cassia. La coincidenza con la via consolare romana discende da un’attribuzione tardiva dovuto al fatto che le pessime condizioni ambientali della Val di Chiana

(o, secondo un’ipotesi più stimolante, la perdurata resistenza dei Bizantini nell’Aretino contro i Longobardi), dove correva la Cassia originaria, avevano spostato, fra il VI e il VII sec., i traffici da Roma a Firenze e viceversa, su un percorso più occidentale passante appunto per il Senese.

Tale percorso, da Poggibonsi a Roma, coincise con quello della Francigena. Ed era anche il tratto più pericoloso per via delle imboscate. Drappelli di armati – gli “scorridori delle strade” – pattugliavano i tratti insidiosi e si sfoltiva la vegetazione lungo la via per impedire gli assalti non visti. Il banditismo infestò a lungo la Francigena nonostante severissime condanne: la pena di morte era frequente e le impiccagioni avvenivano lungo la strada per ammonire i malintenzionati.

Si narra che presso le forche di S.Quirico d’Orcia nel 1400, S.Bernardino facesse intercessione affinchè fosse sistemata una vasca per evitare che il sangue dei cadaveri fosse “magnato dalle fiere domestiche e selvatiche”. Per evitare i pericoli i pellegrini, fra Buonconvento e il confine con la Tuscia, avevano tre possibili varianti. La più occidentale lambiva le falde del Monte Amiata e toccava l’abbazia di S.Salvatore, visitata da Carlo Magno e caposaldo religioso di tutta la Valdorcia: ma era la via più rischiosa poiché le fitte selve della montagna nascondevano i briganti.

La più orientale seguiva la linea di crinale fra la Valdorcia e la Val di Chiana passando per Corsignano (poi Pienza), Sarteano e S.Casciano de’ Bagni. Infine c’era la via centrale, impostata sulla Cassia, la più citata dai viaggiatori, percorsa infinite volte da personaggi più o meno decisivi per la storia d’Italia. Ma le deviazioni e le occasioni per passare da una strada all’altra erano infinite ed a volte, sentendo le voci locali, si era attratti dalle misteriose manifestazioni delle divinità della terra. Si dice che Filippo Benizzi, in fuga da Roma per timore di essere eletto papa, si rifugiò in una grotta poco distante dalla Francigena, ritrovando la pace interiore fra i vapori di un bollore, una collina calcarea da cui sgorgavano acque solforose. L’aura sacrale del luogo attirò con il tempo molti viandanti della Francigena, desiderosi di immergere il quelle benefiche acque il corpo affranto dalle fatiche. Un’abitudine che si ripete anche oggi, nel luogo che ha preso il nome di Bagni S.Filippo.

Un punto restava fisso nella memoria dei viandanti, una specie di traguardo: stava in fondo alla Valdorcia e annunciava il passaggio nella Valle del Paglia dove i timori del viaggio, uscendo dal Granducato di Toscana, si attenuavano sotto l’occhio vigile delle guardie papaline.

Era lo sperone di Radicofani, su cui si ergeva una rocca, passata più volte sotto il controllo di Siena ma anche caduta nelle mani di avventurieri come Ghino di Tacco, “per la sua fierezza e le sue ruberia uomo assai famoso”, come disse di lui Boccaccio.

La sinistra fama del luogo, accentuata dal cono d’ombra del fortilizio, dalla sua posizione di frontiera e dalla “pessime indole della gente”, metteva in angoscia e si cercava di passarvi di notte, come animali in fuga, per evitare i pericoli. Ghino, in particolare, praticava il mestiere più comodo per un furfante, quello del rapimento con riscatto. Nelle sue mani finì l’abate di Cluny che, per la verità, non ne ebbe a male: anzi, apprezzò il fatto che la lunga “dieta” a base di pane e acqua a cui fu sottoposto gli giovò nel fisico, rendendo inutile il ricorso alle terme che erano la meta del suo viaggio. Dalla fine del XIII sec. in poi, concentrando qui tutti i vari rami della via, Radicofani divenne punto di sosta obbligato con ben tre “spedali”. Tradizione attestata in seguito con il maestoso edificio cinquecentesco della Posta, all’ingresso dell’abitato, dimora di transito di decine e decine di illustri viaggiatori, regine, papi e imperatori.

 

 

 

 

 

 

 

Nella Tuscia

 

La terra è materia, il cielo spirito, l’acqua vita: il pellegrino cerca lo spirito ma il peso del viaggio gli fa abbassare gli occhi a terra. La terra è il cammino ed ognuno sa di dover espiare prima di poter sollevare gli occhi verso la luce.

La via di Roma è terribilmente lunga, a volte infinita, come quella nella valle del Paglia, oltre le terre toscane e appena dentro le terre del Papa. Ancora oggi chi la traversa si sente smarrito. Anche se in auto, figuriamoci a piedi. Il Paglia è un greto riarso a conferma di un nome non propriamente acqueo. Non così un tempo perché nel 1580, quando fu gettato il ponte Gregoriano, ci vollero ben sei arcate per attraversare la sua corrente.

Nella vallata ci sono pendici spoglie, animali al pascolo brado, strade dritte e deserte, rari cartelli indicatori, nessun vero paese ed un paio di stazioni di servizio che potrebbero trovarsi qui come sulle strade dell’Arizona. Alle spalle, la rocca di Radicofani si allontana: bisogna mettere migliaia di passi, uno dietro l’altro, per arrivare ad Acquapendente, nome questo sì assolutamente liquido per via delle cascatelle che sovrastano il borgo, ridonando un po’ di energia al Paglia. Nella chiesa del S.Sepolcro si conserva un sacello contenente alcune pietre del Pretorio di Pilato. Come i miliari delle strade romane, le reliquie cristiane misurano tutta la distanza della Francigena, di città in città e servono da alimento spirituale ai pellegrini.

 

Nei Monti Volsini il paesaggio cambia: si salgono le bordure degli estinti vulcani laziali e l’acqua scava nel sottosuolo fra antichi magmi, scaturendo copiosa. Non sono più le cascatelle di Acquapendente ma sono mille fontane: quella che a Bolsena rimarginò le piaghe di S.Rocco, quella “a fuso” nella piazza di Montefiascone, la Fontana Grande e le tante sorelle a Viterbo (se ne contano una novantina), ma nondimeno le fonti sulfuree del Bagnaccio e del Bullicame, note agli Etruschi, apprezzate dai papi, dove i viterbesi facevano macerare il lino.

Ed è anche il lago di Bolsena, se vogliamo, il più vasto bacino vulcanico d’Europa.

Nel 1263 un prete, giunto dalla lontana Boemia, dubitò che durante la consacrazione il pane ed il vino si trasformassero davvero nel corpo e nel sangue di Cristo. Gli abitanti di Bolsena, intimoriti, chiesero una prova e dall’ostia consacrata sgorgò sangue le cui gocce colarono lungo le braccia del miscredente. Da quel miracolo si istituì la celebrazione annuale del Corpus Domini.

Ma ancora a Bolsena, secoli prima, circa il 300 dopo Cristo, una fanciulla di nome Cristina, subì il martirio per essersi fatta battezzare contro il volere del padre. Le orme dei piedi della santa sono impresse sul masso che doveva trascinarla nel fondo del lago e che invece la tenne a galla, custodito nella catacomba dentro un prezioso ciborio dell’VIII secolo.

 

La Francigena si confonde con la Via Cassia, ne calca le orme ed i grossi basoli di tufo allineati tra gli ulivi sulla bordura del lago conducono a Montefiascone. Da lontano si scorgono le due torri, in una delle quali – la Martana – fu imprigionata e assassinata Amalasunta, figlia di Teodorico.

I secoli si sovrappongono e si mischiano nei tracciati stradali, nella nascita e nello stile degli edifici, nelle stesse vicende dei luoghi. I pellegrini dell’anno Mille videro ben poco delle torri, dei castelli, delle chiese che sorsero in ogni dove nei tre secoli successivi.

 

 

 

 

Viterbo non è lontana e la si scorge sotto le alture dei Cimini. Anch’essa è figlia del cammino ed attorno al XII sec. attrasse su di sé i flussi itineranti: fu quando la città assunse autonomia comunale, lasciando ad occidente il precedente percorso che passava attraverso il decaduto borgo di S.Valentino. Come a Lucca, a S.Gimignano, a Siena la strada calamitò gli interessi e fece di Viterbo una delle più forti città medievali, residenza papale e sede di conclave. Ne diedero prova il giro delle mura, di ben cinque chilometri, ma anche i palazzi delle istituzioni civiche, il maestoso Duomo ed il corollario delle chiese romaniche. Dopo giorni di peregrinazioni, Viterbo doveva apparire come l’eccezione urbana. Il papa umanista Pio II apprezzava della città “la gentilezza, l’amabilità della popolazione, l’incanto del luogo. Qui è rara una casa senza una fonte d’acqua corrente, né mancano i giardini”.

La piazza S.Lorenzo, di primo mattino, è ancora silenziosa ed è questo il momento ideale per evocare l’anima religiosa della città: da una parte il palazzo papale, mito di Viterbo come Civitas Pontificum, dall’altra la cattedrale del XII sec con il suo alto, netto, spiccato campanile gotico.

Finalmente il pellegrino può sollevare gli occhi al cielo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Roma

 

La strada non finisce mai, il cammino sì. Il pellegrino della Francigena, superata Viterbo, i Monti Cimini, l’etrusca Sutri, calca i basoli della Via Cassia e si avvicina a Roma.

Ha contato i giorni di viaggio e sa che sono gli ultimi.

Sa che il suo scopo si è compiuto, ha rinforzato la sua fede, rinsaldato i vincoli spirituali, superato ostacoli che neppure immaginava al momento della partenza. Qualcuno lo ha guidato senza bisogno di mappe, bensì riconoscendo per sentito dire una chiesa, una montagna di forma insolita, un fiume o un borgo dal nome ricorrente. Così ci si muoveva nel Medioevo.

Ormai gli abiti sono logori, i poveri sandali sformati, il volto indurito dal sole, il passo decisamente lento. Viterbo era stata una lieta anticipazione per via delle sue chiese, delle mille fontane dove abbeverarsi, degli ospitali così numerosi ed accoglienti. E poi l’appressarsi di altri pellegrini nel punto dove tutte le vie romee si congiungevano per farsi un grande fiume, hanno reso più lieve e confortante il cammino.

Esattamente come i pellegrini jacopei che, dall’altura di Monte Gozo scorgevano la cattedrale di Santiago, così i romei, dall’alto di Monte Mario avevano in vista la città santa e per questo era anche chiamato Mons Gaudii, monte della gioia. Certamente era un momento supremo, una visione stupefacente anche se ancor priva della grande cupola di S.Pietro, elevata solo dopo la morte di Michelangelo nel 1564. Nel Medioevo Roma si sforzava di non spezzare la continuità con il passato imperiale ed ora sarebbe divenuta la capitale della Cristianità: enormi spazi, dentro il circuito delle mura aureliane, erano affollati di rovine, riconquistati dai pascoli e all’incolto. Grandiosi monumenti erano diroccati ed il loro materiale utilizzato per erigere le basiliche volute da Costantino. Le rovine, con la loro silenziosa imponenza, conferivano ancor maggior impressione a chi le guardava poiché lasciava spazio alla fantasia di quanto grandi potessero essere in origine.

Nei Mirabilia urbis Romae, sorta di guide redatte nella prima metà del XII sec., il pellegrino veniva edotto di questo immenso patrimonio esaltando i grandi momenti dell’antica urbe.

Ora, al posto dei templi e dei fori, alte e tozze torri davano il senso delle nuove gerarchie urbane ed ognuna delle grandi famiglie cittadine ne possedeva una: i Savelli sull’Aventino, i Colonna sul Quirinale, i Frangipane fra il Palatino e il Colosseo, i Pierleoni al Teatro Marcello.

Tutt’attorno alle torri si concentrava una popolazione di sole 50.000 anime. La permanenza, non più di pochi ma di migliaia di pellegrini iniziata verso la fine del Duecento con l’esposizione della Veronica, ovvero della “vera immagine” di Cristo, impressa in un sudario, forniva di che vivere ai romani. Ed ancor più in seguito quando, cessati i flussi verso la Terra Santa per la definitiva perdita di Gerusalemme, Roma diventerà la meta privilegiata, legittimata nel 1300 con l’annuncio del primo giubileo per opera di Bonifacio VIII. Immediatamente si sparse la voce che chi si fosse recato sulla tomba di S.Pietro avrebbe avuto la remissione dei peccati. Ricorda Dante che la folla era talmente fitta da dover dividere il Ponte S.Angelo in due parti nel senso della lunghezza, per far sì che i flussi di chi andava e di chi tornava non si ostacolassero a vicenda. D’altra parte l’occasione era unica, non si sarebbe più ripetuta per altri cento anni, anche se in realtà poi le scadenze guibilari si ridussero a cinquant’anni, poi a trentatrè, infine a venticinque, senza contare i giubilei straordinari.

Una volta entrato in città, il pellegrino era tenuto a recarsi alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo, nelle rispettive basiliche. S.Pietro, in particolare, rimase fino al XVI sec. nelle forme della basilica costantiniana dell’anno 349, ma non era da meno dell’attuale per dimensioni, con cinque navate e preceduta da un vasto atrio con quadriportico.

In seguito, alla devozione per i due apostoli, si aggiunse la visita alle basiliche di S.Giovanni in Laterano nel 1350, rifatta per ben quattro volte nel corso dei secoli e di S.Maria Maggiore nel 1390, la sola ad aver conservato fino ad oggi la primitiva struttura paleocristiana.

Dal giubileo del 1500 il rito assunse carattere solenne con l’apertura della Porta Santa che il pellegrino deve oltrepassare in ognuna delle quattro basiliche patriarcali. Si tratta, per gran parte, dei medesimi itinerari che nel 2016 l’organizzazione del giubileo della Misericordia ha proposto ai moderni pellegrini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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